venerdì 4 luglio 2014

San Giovanni Paolo II, libertà e Verità

Sono trascorsi  più di due mesi dalla canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. L’emozione è ancora palpabile nel nostro cuore, anche se, dobbiamo ammetterlo, per quanto ci riguarda Giovanni Paolo II era già santo da molto tempo; pertanto quanto accaduto il 27 aprile 2014 “ solo”sanciva ufficialmente ciò che per molti di noi era già realtà dal 1 Maggio 2014, anzi da sempre. Nonostante questo, lo stupore non si attenua, anzi si fa tremore, sgomento, senso di inadeguatezza. Oggi più che mai, percepiamo come un compito non più eludibile far sì che il grande insegnamento del Papa santo non “ ammuffisca” sotto coltri di polvere. Il pericolo, in fondo, è proprio questo: considerare la canonizzazione come alibi per archiviare  una volta per sempre il magistero del grande Papa, ridotto ad icona di devozione, ma non considerato stimolo e arricchimento per la fede dei credenti. Nulla di più errato, nulla di più devastante. La Chiesa contemporanea ha bisogno di riscoprire, studiare, assimilare quanto san Giovanni Paolo II ha lasciato in eredità in termini di testimonianza, ma anche di dottrina magisteriale.
Un’attenzione rinnovata dovrebbe essere rivolta alle encicliche che hanno segnato il cammino del pontificato e che possono continuare a segnare quello della Chiesa universale.
La prima, in qualche modo quella programmatica, è la “ Redemptor hominis”, che giustamente può essere ancora assunta quale Magna Charta del XXI secolo
Giovanni Paolo II: “ Dio ha rivelato la verità che la Chiesa deve custodire, ma nell’annunciare la verità, che non proviene dagli uomini ma da Dio, bisogna conservare profonda stima per l’uomo, per il suo intelletto, la sua volontà, la sua coscienza e la sua libertà” ( R.H, 12). Si tratta di un’affermazione estremamente importante in quanto chiarisce il rapporto tra libertà  e verità, rapporto messo in crisi già nella prima metà del XX° secolo ed oggi seriamente compromesso.
Il Papa, discepolo di una tradizione bimillenaria, non riduce l’uomo ad una dimensione meramente provvisoria, precaria, parziale; per lui l’uomo, immagine di Dio, è dotato di intelletto, cioè della capacità di “ leggere le realtà più profonde, leggere in profondità ”, pertanto, come scriveva Dante, della facoltà di avvicinarsi alla sapienza di Dio. Detto con altre parole, Dio, nel suo immenso amore,  creando l’uomo a sua immagina, ha permesso alla sua creatura di realizzare pienamente se stessa mediante la sua partecipazione, pur limitata, alle “ cose divine”. Qui risiede la dignità dell’uomo, qui la sua grandezza, qui la sua unicità: l’atto di fiducia di Dio provoca vertigine, è qualcosa di inaudito, verrebbe proprio da dire, “ dell’altro mondo”, se aggiungiamo il fatto che Dio rispetta a tal punto l’uomo da donargli la  libertà di rifiutare il suo amore, quindi la verità di sé e su di sé!Ma Dio ha donato all’uomo una libertà ancora più grande: “ Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, per cui, come scrive Giovanni Paolo II, è esigenza primaria quella di essere onesti nei riguardi della stessa verità, “ condizione di autentica libertà che è base della vera dignità”. Che cosa significa questo?  L’uomo deve evitare “ qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale ed unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull’uomo e sul mondo”. “ Tutta la verità”, scriveva il grande Papa, il che significa non ridurre la nostra umanità ad una dimensione parziale, legata spesso a desideri effimeri e superficiali, non di rado dettati da condizionamenti esterni. In tal senso l’invito rivolto dal Papa, più di molti altri, pur applauditi, appare veramente rispondere alla dignità dell’uomo e testimonianza di autentico amore.
In un  tempo in cui valori prima innegoziabili, sembrano divenir negoziabili, la lezione del Papa santo si rivela quanto mai preziosa e provocatoria per credenti e  non credenti.

sabato 26 aprile 2014

Una GRAZIA…

Mancano ormai poche ore: ciò che auspicavano nel giorno dei suoi funerali è ormai realtà. Giovanni Paolo II, insieme a Papa Giovanni XXIII, sarà proclamato “ santo”.

San Giovanni Paolo II: c’è in questa breve espressione qualcosa che, come abbiamo spesso raccontato, trascende noi stessi.
A pochi giorni dal Grande Evento ci chiediamo: che cosa significa per noi, che siamo cresciuti con Giovanni Paolo II, tutto questo? Che cosa significa per noi il riconoscimento della sua santità? Ci rendiamo veramente conto della Grazia di cui siamo fatti dono, noi generazione, forse, un po’ “ trascurata”,  in un certo senso penalizzata dal suo appartenere ad una fascia intermedia e, in qualche modo schiacciata da una parte dalla generazione precedente, quella delle contestazioni, e da quella successiva, quella internauta?
 Non è facile spiegarlo, non è facile farlo comprendere ad un giovane di 15 anni per il quale tutto sembra scontato. Vogliamo però tentare di raccontare ad un adolescente quali sia il senso di quanto stiamo per vivere, le ragioni per cui il mondo si stia mobilitando e centinaia di migliaia di persone si raduneranno per lodare e ringraziare Dio. Vogliamo dire a lui perché ci sentiamo una generazione privilegiata, nonostante tutto, nonostante i drammi, le fatiche, le paure che stiamo vivendo, soprattutto in termini lavorativi. Non è facile!!

Cari ragazzi, vi diranno, forse, che Giovanni Paolo II ha cambiato il mondo per aver contribuito alla caduta dell’Impero Sovietico e di altri regimi nel mondo; vi diranno che è stato il primo Papa ad entrare in una Sinagoga e in una Moschea; vi diranno che ha compiuto importanti gesti ecumenici, ha inventato le GMG, sua grande eredità ( e che eredità!!)…vi diranno tanto altro.
Ma Giovanni Paolo II , prima di tutto, ha cambiato il cuore di molti di noi indicando “ La Strada” e lo ha fatto non con parole e gesti accattivanti, “ socialmente corretti” ma attraverso la sua vita, tutta la sua vita.
Noi, giovani cinquantenni, ecco l’unicità della nostra esperienza, abbiamo visto con i nostri occhi un uomo che veramente non aveva paura di vivere la vita in pienezza, quando era vigoroso, ma, soprattutto, quando era debole, privo della possibilità, prima, di camminare e, poi, di parlare. Abbiamo visto un uomo ferito, colpito quasi a morte dalla cattiveria dell’uomo, ma abbiamo visto anche un uomo che, dal letto del suo ospedale, ancora in pericolo di vita, perdonava il suo attentatore. 
Abbiamo visto un uomo che abbracciava i lebbrosi, non  nell’opulento occidente, ma in sperdute isole del Pacifico. Abbiamo visto un uomo che non temeva di “ godere” del Creato.
Abbiamo visto un uomo che offriva la sua sofferenza a Dio per la salvezza dell’umanità.
Abbiamo visto un uomo che, due giorni prima di morire, ha voluto salutarci “ scrivendo” la più bella enciclica che mai sia stata pubblicata: abbiamo visto un uomo che ci ha insegnato a morire!!! Il resto lo possono insegnare anche altri leader, altri intellettuali:  ma questo no: non ci possono insegnare il senso della morte, non ci possono insegnare a morire!!!
Abbiamo visto ed abbiamo capito, abbiamo creduto a quelle parole da lui pronunciate quando noi, adolescenti,  certo, non potevamo comprenderne il significato. Egli, con voce forte, a tal punto forte da provocare non pochi sussulti, anche tra i cerimonieri, disse: “Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”. Quali parole profetiche, parole ancora attualissime. Abbiamo creduto perché lui, per tutta la sua vita, ha permesso che Cristo entrasse pienamente nella sua vita, sempre.

Un ricordo: al termine della S. Messa, il Papa, tra lo stupore generale, percorse
il sagrato della Basilica per abbracciare i malati e i disabili!!!
Nel 2003, un Papa stanco e letteralmente piegato disse ai giovani: Cari giovani, solo Gesù conosce il vostro cuore, i vostri desideri più profondi. Solo Lui, che vi ha amati fino alla morte (cfr Gv 13,1), è capace di colmare le vostre aspirazioni. Le sue sono parole di vita eterna, parole che danno senso alla vita..” Nella sua ultima GMG ripeteva la verità con cui aveva introdotto il suo Pontificato,  lo faceva con una forza, se possibile, ancora più  vigorosa, impetuosa . Ci commosse, ma anche ci provocò, constatare la fede di un uomo che, come avrebbe poi fatto pochi giorni prima di morire, abbracciava il Crocifisso, quasi volendo condividere la sofferenza di Cristo e così completare  “ nella carne quello che manca ai patimenti di Cristo”. 
 In questi nove anni,i diversi stili ecclesiastici si sono succeduti, stili che hanno arricchito la Chiesa, sempre più maestra in un mondo sempre più complesso. Eppure, a pochi giorni dalla canonizzazione, ci rendiamo conto di quanto siano vere le parole pronunciate da Giovanni Paolo II…” I santi, loro sono i testimoni visibili della santità misteriosa della Chiesa. Essi sono rimasti i più umani degli uomini, ma la luce del Cristo ha penetrato tutta la loro umanità. Lo slancio che li ha animati non invecchia affatto. Sono i santi che la Chiesa beatifica e canonizza, ma anche tutti i santi nascosti, anonimi: essi salvano la Chiesa della mediocrità, la riformano dal di dentro, direi per contagio, e la trascinano verso quel che essa dev'essere. I Papi vengono a inchinarsi davanti a questi servitori di Dio... [Incontro con i giovani a Lucca 23 set 1989]


Sì, domenica due Papi si inginocchieranno  davanti a due Santi che, noi  ne siamo certi, continueranno a guidarci e ad intercedere presso Dio che ora “ vedono faccia a faccia”



mercoledì 11 dicembre 2013

Lo sport: i valori possibili

Questa settimana, come tradizione, prede avvio il “ Torneo Giovanile Karol Wojtyla” che ha ormai assunto una dimensione internazione per la provenienza delle squadre.
Giovanni Paolo II, lo sappiamo era molto vicino al mondo dello sport, come dimostrano innumerevoli discorsi, incontri, dialoghi.

Lo sport è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato e forse riscattato, oggi, dagli eccessi del tecnicismo e dal professionismo mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l’apertura degli uni verso gli altri, come espressione della ricchezza dell’essere, ben più valida e apprezzabile dell’avere, e quindi ben al di sopra delle dure leggi della produzione e del consumo e di ogni altra considerazione puramente utilitaristica ed edonistica della vita.  .. [ 12 Aprile 1984 ]

Queste parole pronunciate da chi ben conosceva il valore dello sport, sono da considerarsi utopistiche, espressione di una visione ideale, magari auspicabile, ma non certo reale? In un mondo dove tutto sembra ruotare intorno al denaro, alla fama, al successo, come quello dello sport, del calcio in particolare, ha ancora senso parlare di uno  educazione, di “ valorizzazione della persona umana, di rispetto e responsabilità? Oppure il cinismo, l’individualismo, l’esasperazione della vittoria costituiscono la cifra ormai distintiva di tale mondo?
Ad uno sguardo superficiale, parrebbe che l’ambiente dello sport, specie professionistico, non sia immune dalla crisi di valori che coinvolge la società contemporanea. Le cronache sportive, del resto, registrano episodi di violenza, di razzismo, ma anche esempi di trasgressione in campo e fuori,  non certo modello per i nostri giovani. Tutto vero. Aggiungiamo poi che nello sport, nel calcio in particolare, sono oggetto quasi di “ culto”,  personaggi mediatici, diremmo, capaci di “ bucare lo schermo non solo per le loro abilità: acclamati, esaltati, “ idolatrati da tifosi e media.

Ma lo sport non è solo questo!! Se si osserva con uno sguardo non parziale e distratto, si possono cogliere parole e gesti che nobilitano anche l’attività sportiva, anche un ambiente, quello del calcio, i cui protagonisti appaiono sempre di più solo come divi milionari. Ci riferiamo a gesti che, nella loro semplicità, rispondono in qualche modo al messaggio di Giovanni Paolo II.
Ecco alcuni esempi.
Al termine di una partita di calcio, il capitano della squadra vincitrice della Liga Spagnola ( il nostro Campionato di calcio), invece di alzare il trofeo, secondo tradizione, ha chiamato accanto a sè un suo compagno di squadra e l’allenatore: ha voluto, in accordo con tutti i suoi compagni, che loro due alzassero la coppa, loro che avevano combattuto una dura battaglia contro il cancro. Ciò ha un enorme significato, soprattutto per un mondo in  cui hanno valore solo il risultato, la vittoria, la fama, il riconoscimento, i premi, il denaro, l’efficienza fisica. Con un simile gesto, il capitano ed i suoi colleghi hanno dimostrato che ciò che conta è la “ vita”, quella reale, fatta di sofferenza, di dolore, di speranza; la vera vittoria non è quella conseguita sul campo, ma nella lotta quotidiana dell’esistenza, soprattutto quando questa è segnata dalla malattia, dalla debolezza, dalla paura. E il successo sportivo, così, diventa momento di condivisione, momento di amicizia, momento di autentica gioia, proprio perché fondato su valori non effimeri, ma profondamente umani.

Ma in quella serata, così speciale, un’altra immagine ha offerto un esempio di come lo sport dovrebbe essere vissuto: i giocatori, in mezzo al campo, hanno festeggiato con i loro bambini, con loro hanno ammirato lo spettacolo dei fuochi artificiali, con loro hanno voluto gioire. Anche in questo caso, non possiamo non cogliere una piccola lezione di umanità: la famiglia, gli affetti, la paternità ( in questo caso), rappresentato il cuore, l’essenza della vita. Sul campo si gioca, si lotta per ogni pallone, si perde e si vince, ma alla fine ciò che rimane, ciò che dà senso alla vita anche di questi campioni, è tutto racchiuso in quell’abbraccio tra una figlia e il suo papà. Del resto, uno di questi campioni, ad una domanda specifica così rispose: “la piccola mi dà la vita intera!!” Chi  ha così chiosato, è anche colui che, nel momento più alto della sua carriera, quando ha segnato in Sud Africa il gol che ha dato il Mondiale alla sua squadra, ha voluto “condividere” la sua gioia con l’amico scomparso l’anno prima, un  calciatore che militava nella squadra rivale della stessa città: quella maglietta con la scritta “ D.J sempre con noi” raccontava di un giovane giocatore che, neppure nel momento del massimo trionfo, poteva dimenticare l’amico e il dolore per la perdita. 
E qualche giorno ha voluto ricordare Nelson Mandela che egli incontrò per due volte. Nel 2007, mentre gli altri giocatori preferirono riposarsi in hotel, egli, insieme ad altri tre colleghi volle incontrare il grande leader recentemente scomparso…Tutto questo nella discrezione e nel nascondimento, lontano dai riflettori mediatici che catturano ogni gesto del campione di turno!!

“Vivete da uomini che restano tra loro amici e fratelli anche quando gareggiate per la “corona” di una terrena vittoria! Stringete le vostre mani, unite i vostri cuori nella solidarietà dell’amore e della collaborazione senza frontiere! Riconoscete in voi stessi, gli uni negli altri, il segno della paternità di Dio e della fratellanza in Cristo! “ , così Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo Internazionale degli sportivi ( Stadio Olimpico 12 Aprile 1984).

Non stupisce, allora, che un tale giocatore, uno dei migliori al mondo, sia applaudito in tutti gli stadi spagnoli, ma non solo: in Francia ed in Scozia i tifosi della squadra rivale, per altro sconfitta, si sono alzati in piedi per attribuirgli una commovente ovazione, un’ovazione al calciatore, al suo talento, ma soprattutto un’ovazione alla persona, al suo essere, alla sua umanità, alla sua semplicità ed umiltà.  Certo, anche lui guadagna molto, ma è anche vero che ha investito il suo denaro per acquistare un terreno per la coltivazione della vite ed ha creato un’azienda vinicola nella sua regione d’origine,  per altro non particolarmente ricca; sostiene economicamente la squadra in cui ha mosso i suoi primi passi da calciatore….e altro ancora. La ricchezza, come si può constatare, può diventare fonte di bene, occasione per aiutare gli altri, strumento per promuovere il lavoro e, quindi l’uomo. Anche un campione che ha vinto 21 trofei a livello nazionale e internazione con la stessa squadra, tre con la nazionale del proprio Paese ( 2 europei ed un m mondiale), può incarnare valori autentici a cui i giovani possono guardare per crescere secondo l’autentico spirito sportivo, così spesso invocato da Beato Giovanni Paolo II.


Dedichiamo questo post ad un campione molto speciale….anche senza “Pallone d’oro”. 

martedì 10 dicembre 2013

Le Braccia della Madre

Ogni uomo di fronte alla Madonna sperimenta qualcosa di indicibile, qualcosa che coinvolge tutti i suoi sensi e il suo intelletto, senza che sia però capace di trovare parole adeguate per  comunicare tale esperienza. Non è un caso che i grandi mistici ricorrano alla preghiera, precisamente  allo spirito contemplativo che da essa scaturisce. Come spesso viene ricordato, lo stesso Dante, di fronte alla Bellezza di Maria, fa pronunciare a S.Bernardo una delle preghiere più stupende che mai siano state scritte.

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.  Pd. XXXIII

In queste terzine dantesche troviamo tutta l’essenza , tutta la vertiginosa profondità di un Mistero divenuto dono per l’umanità.
“ Figlia del tuo figlio”: ricordando il passo dantesco, il beato Giovanni Paolo II,  coglieva, proprio nella totale appartenenza a Cristo, l’unicità della maternità di Maria: “ Ella riceve la vita da Colui al quale ella stessa diede la vita” ( Redemptoris  Mater, 10).
 Eletta da Dio,  Maria entra nel disegno salvifico proprio in forza della donazione totale di sé, del suo essere pienamente e totalmente immersa nel Mistero di Dio.   Ella è la creatura più “ alta”, più elevata proprio in virtù del suo essere “ umile”: “ si è abbandonata a Dio completamente, ha risposto con tutto il suo “io” umano, femminile” ( Redemptoris Mater”), cooperando così con la Grazia di Dio che sempre ha agito in Lei.
Nella carnalità di una donna, nel suo “ ventre”, l’Amore si è reso visibile all’umanità, in Lei è stato nutrito “ col suo sangue” , in lei è stato “custodito nell’estasi”. Karol Wojtyla, in una sua poesia, farà dire alla Madre di Dio: “ cresceva nel mio cuore in silenzio, come Nuovo Uomo/ tra i miei stupiti pensieri ed il lavoro quotidiano delle mie mani”. Maria, una madre, la Madre che condivide ogni istante della sua vita con il Figlio,  la Madre che ne scruta i pensieri mentre, come scrive Karol Wojtyla, “ in Lei il Figlio si “ avvezza ai pensieri dell’uomo”:  questa Madre, umanissima nel suo essere “ mamma” ( “ Figlio mio – nel villaggio dove tutti ci conoscevano entrambi/ mi dicevi “ Mamma” “, Stupore davanti all’Unigenito)  sperimenta la “ pienezza materna/ la pienezza che ignora sazietà” nel sentirsi toccata dallo sguardo del Figlio che penetra nella profondità del cuore di ogni uomo, del suo in modo così speciale. Ella, come una madre, ci ricorda sempre il futuro Papa, negli occhi del Figlio riconosce “ il lampo del cuore”, lo svelarsi del “ mistero dell’uomo” ed allora ecco che la sua maternità  si fa preghiera, si fa contemplazione: “ io resto tutta assorta nel tuo Segreto”, così dichiara la Madre a cui Giovanni Paolo II,  giovane sacerdote che, nell’affidamento a Maria, aveva riposto tutta la sua esistenza. E tale affidamento, questo suo “ essere di Maria” costituirà l’essenza più profonda del suo essere, del suo agire, del suo soffrire e del suo morire. Oggi, possiamo dire, anche della sua santità.
Giovanni Paolo II, il Papa che ha introdotto la recita del rosario il primo sabato del mese, da lui stesso guidata ovunque andasse, il Papa che ha voluto che l’immagine di Maria vegliasse per sempre sui fedeli  in piazza S. Pietro, il Papa della Consacrazione del mondo a Maria, è soprattutto il Papa che, “ totalmente assorto” nel Segreto della Beata Vergine, umilmente ha messo nelle Sue mani l’intera sua esistenza nella certezza che solo le braccia della Madre possono condurre alla Meta, cioè al Figlio; solo le braccia della Madre donano speranza e rendono certi i passi; solo le braccia della Madre non rendono vana la fatica.
Senza di Lei, senza la sua intercessione, ben poco potrebbe fare l’uomo, anche il più illuminato, anche il più saggio, anche il più capace. Il beato Giovanni Paolo II, con la sua stessa vita, è divenuto per l’umanità l’icona di un così potente affidamento: egli sapeva che solo  tra le “ braccia della Madre” tutto era possibile, persino ciò che gli uomini potevano ritenere impossibile. La storia, lo ripeteva sempre, non è il prodotto dell’azione dell’uomo, ma della presenza sconvolgente, commovente e vertiginosa di Maria, l’Immacolata.  E noi siamo stati testimoni di tutto questo!!!

“ Nella vita e nella morte tutto tutto tuo, Gesù, mediante l’Immacolata”


martedì 5 novembre 2013

SACERDOZIO – SANTITÀ

Il 1 Novembre,festa liturgica di Tutti i Santi, la Chiesa ci ha invitato a meditare sulla santità a cui ognuno di noi è chiamato.

Cracovia Cripta di S.Leonardo ( Wawel).


 Il 1 Novembre 1946, in una piccola cappella dell’Arcivescovado di Cracovia, per quel disegno stupendamente e misteriosamente scritto nel Grande Libro di Dio, un giovane diacono veniva ordinato sacerdote. Il card.Sapieha, nella sua lungimirante saggezza, volle che Karol Wojtyla venisse ordinato prima degli altri suoi compagni, perché potesse così partire per Roma, dove avrebbe continuato i suoi studi di teologia. Giovanni Paolo II, ricordando la data scelta dal suo Vescovo, riconosce che la sua ordinazione “ ebbe luogo in un giorno insolito per tali celebrazioni, la solennità di Tutti i Santi”( Dono e Mistero, pag. 51). Quel giovane sacerdote, che da Papa ancora si stupiva per la circostanza in cui ebbe luogo la sua ordinazione, fra qualche mese sarà proclamato Santo. Noi non crediamo alle coincidenze! In quanto accadde in quel lontano 1 Novembre, giorno di Ognissanti, non possiamo non cogliere un segno, l’inizio di un sigillo di Dio ad una vita che sarebbe stata tutta una risposta alla chiamata alla santità. 
In “ Dono e Mistero”Giovanni Paolo II, con forza, scrive: “ Il mondo di oggi reclama sacerdoti santi! Soltanto un sacerdote santo può diventare , in un mondo sempre più secolarizzato, un  testimone trasparente di Cristo e del Suo Vangelo”. Da queste parole si evince con chiarezza quanto per il Papa il senso di ogni  Ordinazione, o meglio, la sua essenza profonda risieda nell’essere testimoni di Cristo, non in altro, fosse anche una tensione generosa e solidale verso i cosiddetti “ ultimi”, fosse anche una eccezionale capacità organizzativa e creativa. No, Giovanni Paolo II, proprio a partire dalla sua esperienza, era convinto che “ Il segreto più vero degli autentici successi pastorali non sta nei mezzi  materiali, ed ancor meno nei “mezzi ricchi”. I frutti duraturi degli sforzi pastorali nascono dalla santità del sacerdote. Questo è il fondamento!”.Come si può constatare, sacerdozio e santità sono due realtà indissolubile nel pensiero e nella vita del Papa. Che cosa significa questo?
Per rispondere proponiamo la testimonianza di una donna straordinaria che, a Dio piacendo, assisterà alla canonizzazione di colui al quale si rivolgeva chiamandolo fratello.  Stiamo parlando della dott.ssa Wanda Poltawska, amica  e “sorella” di Giovanni Paolo II.
La dott.ssa Poltawska, donna di profondissima fede, dopo aver sperimentato la crudeltà disumana dei campi di concentramento, non poté evitare di porsi domande cruciali sull’uomo e sul suo destino: come è possibile che l’uomo, immagine di Dio, venga a tal punto annientato, “ sfigurato”? come è possibile un simile abbruttimento della creatura di Dio contro un’altra creatura di Dio? Chi è l’uomo? Domande tremende, diremmo, tragiche, profondamente laceranti. Ebbene, per dare una risposta a tutti questi  dubbi che affliggevano la sua mente e la sua anima, si rivolse a più sacerdoti, ma senza esito. Lei stessa racconta: «Mi confessavo, e inizialmente avevo cercato di eliminare quelle mie inquietudini durante la confessione, ma non avevo ricevuto la risposta che cercavo…Una volta, dopo il turno al reparto, quando mi ero imbattuta in un problema la cui soluzione superava le mie possibilità e non sapevo come procedere, andai in chiesa, dai gesuiti, da un sacerdote che stava appunto in confessionale. Gli chiesi che cosa avrei dovuto fare in quel caso concreto. Il sacerdote, mi disse: “ Questo è un tuo problema, tu sei un medico cattolico, non io, è la tua coscienza che ti deve dare la risposta”..Non attesi neanche l’assoluzione, semplicemente mi alzai e me ne andai».  ( da Diario di un’amicizia pag.36)”
I dubbi rimanevano, non si dissolvevano, anzi, scrive “ crescevano”. E tutto questo fino a quando Wanda ( ci permettiamo di chiamarla così per il particolare legame spirituale che ci lega a lei) non trova la risposta, “ l’unica vera, che l’uomo può comprendere se stesso e gli altri solamente in Cristo”. Tale risposta, ricorda, venne come “ frutto di tante ore di preghiera e di meditazione, durante le passeggiate estive con il pastore di anime , don Karol Wojtyla”.
Ciò che colpisce è il modo in cui è avvenuto l’incontro, una modalità che riassume splendidamente il nesso imprescindibile tra sacerdozio e santità.  Wanda, nel corso della confessione, non si sentì dire: “ venga ad un incontro; nemmeno si sentì dire: “ venga da me”..No, don Wojtyla le disse: “ Vieni la mattina alla messa, vieni ogni giorno”. In questo invito è contenuta tutta l’essenza della santità di un sacerdote che, come ricorda sempre la dott.ssa Poltwaska, “ non voleva dare se stesso agli uomini, ma condurli a Cristo”.  Prima di tutto Cristo, prima di tutto l’affidarsi a Colui senza il Quale le risposte alle domande che tormentato l’uomo aprono voragini che alimentano inquietudini e disperazione. Affidarsi a Cristo significa vivere nella certezza che Dio è sempre accanto all’uomo riscattandone il male che, sulla Croce, ha voluto   redimere mediante il  Sacrificio del Figlio.
L’affidarsi è la misura dell’amore”, questo ha “imparato” Wanda Poltwaska  camminando lungo i sentieri del bosco, lungo il cammino di un’intera esistenza. E se l’” affidarsi è la misura dell’amore”, per i due amici – fratelli ha senso sperare, ha senso spendersi fino alla fine perché questo amore abbracci tutta l’esistenza nella sua drammatica e stupenda concretezza. Non è un caso che entrambi, ed insieme,  abbiano realizzato progetti, promosso iniziative, stimolato le coscienze, soprattutto nell’ambito della pastorale familiare e della tutela della vita, sempre e comunque.  Abbiamo già menzionato l’apertura di un consultorio familiare e  di un centro per la vita presso il palazzo arcivescovile di Cracovia, luoghi in cui famiglie in difficoltà potevano trovare un aiuto reale, concreto, ma altrettanto importanti erano i momenti di riflessione. Per comprendere è’ bene narrare un episodio, raccontato dalla stessa protagonista.  Una sera la dott.ssa Poltawska aveva organizzato  un incontro un per aiutare coppie in difficoltà. Mons. Wojtyla intervenne con parole che, nella loro semplicità, ebbero effetti forse insperati: « Dapprima provate a fare per voi stessi un programma minimo, non distruggete reciprocamente niente in voi, e dopo comincerete a costruire, ma per questo provate a pregare insieme. C’è solamente una via d’uscita da questa situazione, il cancello dell’umiltà. Che ognuno di voi si inginocchi e dica” E’ colpa mia”. Fino a quando direte: “ La colpa è tua”, non ci sarà via d’uscita». Queste parole incisero a tal punto sulle coppie presenti che la promotrice dell’iniziativa, pensando a quel primo incontro, non esita a parlare di “ grazia elargita”. Successivamente furono organizzate “ lezioni di etica matrimoniale che vennero poi incluse da Karol Wojtyla nell’Accademia Teologica Pontificia sotto forma di  Facoltà di Teologia della Famiglia…”. In gioco era, già allora, la salvezza della famiglia, anzi, come dice Wanda Poltwaska, la salvezza “della santità della famiglia”Da queste prime lezioni si è sviluppata una rete di persone qualificate per aiutare gli altri, quello che è stato giustamente definito il “ germe” del “Pontificio istituto per studi su matrimonio e famiglia”, inaugurato in una data speciale, il 13 Maggio 1981: anche in questa circostanza non vi è nulla  di casuale, vi è invece un  ulteriore sigillo di Dio, un sigillo con il quale la santità di un sacerdote è totalmente incardinata nella sequela di Cristo fino alla donazione di sé, fino, vorremmo dire, al martirio.
Ed allora, non possiamo non sentire nostre le parole vibranti della dott.ssa Wanda Poltwaska, parole che, come scriverà anni dopo Giovanni Paolo II, sanciscono la profonda unità tra sacerdozio e santità:
Mio grande Fratello, attraverso di te volevo amare Dio con tutte le forze, ringrazio Dio per la tua santità e per il tuo sacerdozio



giovedì 10 ottobre 2013

Due Santi, dono di Dio per il mondo intero

Orami è certo: Giovanni Paolo II sarà canonizzato insieme al Grande Betao Giovanni XXIII, il Papa che, fin da bambini, abbiamo imparato ad amare attraverso i ricordi dei nostri genitori e dei nostri nonni, il Papa sotto il cui pontificato molti di noi, figli spirituali di Papa Wojtyla, siamo nati.
Nonostante la nostra profonda devozione,  non è facile per noi credere che il “ nostro”Papa sarà proclamato Santo; anzi, tutto sembra quasi irreale, un sogno, ma è realtà, stupenda realtà.
 A distanza di soli nove anni il 30 Settembre vedremo ancora una volta alzare il telo sull’immagine di Giovanni Paolo II, ma questa volta una grande aureola contornerà il suo volto:tale piccolo segno sancirà  che Papa Wojtyla sarà veramente annoverato tra i Santi di Dio. Per tutto questo dobbiamo ringraziare, certo, Papa Francesco : Egli, nella sua lungimirante umiltà, riconosce che senza i suoi due predecessori, autentici Giganti della Fede e della Chiesa, non gli sarebbe possibile continuare l’opera di Evangelizzazione come Pastore della Chiesa Universale. Ma, soprattutto, dobbiamo e vogliamo ringraziare Dio per il dono di due uomini che hanno guidato la Chiesa con tutta la loro umanità, totalmente incardinata nel disegno di Dio e lo hanno fatto in un periodo storico che, non è esagerato definire “ tremendo”: la Guerra Fredda, le divisioni nel mondo, le ideologie imperanti, le contestazioni giovanili. Che dire poi dell’esiguità dei mezzi di informazione?...Un altro mondo. Eppure, questo è un autentico miracolo, hanno rappresentato per l’intera umanità la guida sicura, i testimoni a cui guardare, i maestri il cui unico spasimo era portare gli uomini a Dio.
Entrambi, infatti,  hanno speso la loro vita per affermare la dignità dell’uomo,  cioè il suo essere Immagine di Dio. Hanno difeso il povero, hanno accolto l’emarginato, hanno restituito forza al malato e abbracciato il prigioniero. Mai, neppure per un attimo, si poteva scorgere in loro l’adesione ad ideologie pauperistiche, a progetti filantropici o sociologici,  perché mai in loro la “ scelta degli ultimi” diventava una bandiera, appunto, un’ideologia da sbandierare. La loro scelta era per l’uomo, tutto l’uomo, qualunque uomo, perché la loro era la scelta di Dio. E Dio, nella sua ineffabile immensità d’ Amore, abbraccia tutti e nessuno esclude. E proprio per questo, la loro voce, anzi il loro grido, risuonava forte e vigoroso, quando si levava in difesa degli abitanti delle favelas o degli abbandonati nelle periferie delle metropoli, ma anche quando si levava, tra le indignate reazione di una certa intellighenzia, in difesa dei più deboli tra i deboli, il bambino mai nato: come non ricordare gli attacchi virulenti subiti da Giovanni Paolo II poco prima di essere colpito quasi mortalmente? Ma Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II non avevano paura neppure di  difendere il valore inviolabile e innegoziabile della famiglia, così oggi minata persino nelle sue fondamenta, nella sua stessa essenza. I due futuri santi erano consapevoli che una società che non difenda la vita fin dal suo concepimento, che non tuteli la famiglia, è destinata a perdere i suoi valori fondanti, quindi se stessa e la propria umanità.
Giovanni Paolo II non ha avuto paura di parlare forte e chiaro, pur sapendo che non applausi, ma critiche e incomprensioni lo avrebbero seguito, soprattutto da parte di ambienti paladini della cosiddetta “ modernità”, purtroppo non solo esterni alla Chiesa.
I Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno  aperto le loro porte e le loro braccia a tutti, senza distinzione; non hanno avuto  paura di “sporcarsi le mani”, mai alla ricerca del plauso o del cosiddetto “ politicamente corretto: Papa Giovanni non esitò ad incontrare esponenti del Soviet pur di garantire la Pace; Giovanni Paolo II non ebbe paura di incomprensioni e critiche quando decise il viaggio a Cuba dove celebrò la S.Messa alla presenza del dittatore Fidel Castro, pochi mesi prima ospite in Vaticano; per cambiare le sorti del Cile accettò di incontrare il dittatore Pinochet, scatenando le ire dei “ ben pensanti”. E non fu lui che rese fatto reale, palpabile, toccabile la “ trasfigurazione” del messaggio di S. Francesco facendo di Assisi il luogo dell’’autentica pace? Non ha riformato la Curia, ma ha “ riformato” il cuore dell’uomo e lo ha fatto seminando, senza la pretesa e la presunzione di vederne il raccolto. Dio ama chi semina e Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono stati eccezionali seminatori.
Ma c’è un altro aspetto, per nulla marginale, che colpisce e che dovrebbe far riflettere: la tenerezza e l’umiltà dei due futuri santi. Giovanni XXIII, con delicatezza e quasi con timidezza, abbracciava bambini, malati, sofferenti, carcerati. Che dire poi di Giovanni Paolo II? Non basterebbe un giorno intero per raccontare i gesti di un uomo che si è letteralmente consumato per  restituire dignità ad ogni uomo, Immagine di Dio. Mentre il mondo faceva della forza, della prepotenza, dell’arrivismo, del successo, spesso effimero, il proprio idolo, Giovanni Paolo II, allora nell’indifferenza generale, si chinava sui malati di Aids, sui malati di lebbra portando l’abbraccio di Dio. E questo non accadeva solo nelle grandi metropoli, ma anche negli sperduti villaggi asiatici ed africani. Ed è commovente constatare come, solo dopo la sua morte, tali gesti siano venuti alla luce o, comunque, se ne sia avuta una maggiore consapevolezza, segno questo di un’autentica umiltà, vissuta, possiamo dirlo, nel nascondimento.
Che incontrasse i grandi della terra, che compisse un gesto storico o che abbracciasse le piaghe di un lebbroso, Giovanni Paolo II rispondeva ad una chiamata: proprio come Santa Faustina, egli voleva diffondere la Misercordia di Dio, irradiarLa al mondo intero perché recuperasse se stesso. Nel libro pubblicato pochi mesi prima della sua morte, così scriveva: “ Dio sa sempre trarre il bene dal male, Dio vuola che tutti siano salvi e possano raggiungere la conoscenza della verità: Dio è Amore. Cristo crocifisso e risorto, così come apparve a suo Faustina, è la suprema rivelazione di questa verità”. E così concludeva pagine di intensa spiritualità, pagine di profezia: “ Nell’amore che ha la sua sorgente nel cuore di Cristo sta la speranza per il futuro del mondo. Cristo è il Redentore del mondo”.
Giovanni Paolo II, figlio spirituale di Santa Faustina, come lei mistico e totalmente chinato sull’uomo, sarà canonizzato nel giorno della festa dedicata alla Divina Misericordia, da lui stesso istituita. Non è una coincidenza, è il segno misterioso di una vita tutta innestata nel piano di Dio e del suo Amore. Il 27 Aprile 2014 sarà proclamato Santo, donato alla devozione universale. Anche noi Bresciani siamo chiamati a prepararci per questo grandioso evento d’amore: se sapremo viverlo con fede, se sapremo guardare a Giovanni Paolo II,  speciale apostolo della Divina Misericordia, allora, quanto si vivrà in quella memorabile giornata avrà un senso e le nostre vite ne usciranno arricchite nella certezza non solo di avere un altro grande intercessore presso Dio, ma anche un santo la cui esistenza continuerà a parlarci ed ad indicarci il cammino che conduce alla vera letizia. Non ci stancheremo di scriverlo: la nostra generazione, fra qualche mese, toccherà con mano la grazia che ha ricevuto, essere stata contemporanea di un santo, averlo avuto come padre e amico, come compagno di viaggio e maestro. E’semplicemente  grandioso e per questo non cesseremo mai di ringraziare Dio e la sua infinita bontà.





sabato 6 luglio 2013

Contemporanei di un Santo

“E così m’iscrive in Te la mia speranza,/ fuori di Te non posso esistere” ( Meditazione sulla morte)

Contemporanei di un Santo

Ormai è  ufficiale: Giovanni Paolo II sarà santo!! Il nostro cuore è lieto, la nostra gioia immensa e l’emozione indicibile!!
Otto anni fa, quando dall'immensa folle si alzò, imprevisto ed inedito, quel grido “ Santo Subito”, pochi, forse, credevano che un tale desiderio si sarebbe potuto concretizzare nell'arco di pochissimi anni. Eppure, nel 2011, a soli sei anni dalla morte, Giovanni Paolo II è stato proclamato Beato, e nei prossimi mesi,  sarà canonizzato. Un vero record, direbbe qualcuno. Ma, in questo caso, è improprio misurare  in termini casistici ciò che non è ascrivibile a logiche meramente razionali.
Perché Giovanni Paolo II  presto sarà proclamato Santo? Perché questo avrà luogo a pochi anni dalla morte? Innanzitutto siamo in presenza di un Segno e questo Segno non proviene da un giudizio degli uomini, ma di Dio: il miracolo, suggello divino che, per chi crede, costituisce l’”imprimatur” solenne, inequivocabile, definitivo.
Dio non valuta, non giudica, non definisce secondo  leggi umane, e, tanto meno, secondo sensibilità personali che, spesso, si riducono a misurare efficienza, efficacia e correttezza dell’operato. No, non sono questi gli “ occhi” di Dio, non sono questi i criteri del Padre.  Dante lo aveva già intuito al punto da collocare nel Regno Infernale figure irreprensibili o comunque “innocenti” secondo parametri umani, Papi innovatori e “ rivoluzionari”: Celestino V che preferì una vita eremitica al potere papale ( girone degli Ignavi),Bonifacio VIII, il Papa del Primo Anno Santo;  Francesca da Rimini, sostanzialmente vittima delle prepotenze del padre e del fratelli ( girone dei lussuriosi) sono solo alcuni degli esempi. Un pagano, per di più suicida, è invece designato “ guardiano” del Purgatorio e ad uno scomunicato ( Manfredi, figlio dell’Imperatore Federico II) viene affidato il compito di  indicare  il vero volto di Dio  (“Orribil furon li peccati miei;/ma la bontà infinita ha sì gran braccia,/ che prende ciò che si rivolge a lei”);  Cunnizza da Romano, donna nota per le sue  avventure amorose,  diventa, nel Paradiso, icona dell’amore, così come Raab, prostituta di Gerico . Ci siamo permessi di citare il Grande Poeta per dimostrare quanto sia vano cercare risposte rassicuranti a circostanze che decisamente sfuggono ad ogni categoria interpretativa, seppur  razionale. Abbiamo motivo di pensare che la prossima canonizzazione di Giovanni Paolo II rientri tra queste circostanze.  Noi, quindi, non abbiamo la pretesa di spiegare, di analizzare le ragioni di un processo così rapido, potremmo dire, di una santificazione “per acclamazione”, proprio come avveniva ai tempi di Dante , ma di un fatto siamo certi: la canonizzazione del “ nostro” Papa, accresce la responsabilità di quanti, anche per l’età, si considerano “ suoi figli”.
In  noi il ricordo del Grande Papa è ancora vivissimo, ne ricordiamo con estrema lucidità i gesti, le parole, gli atteggiamenti, quel suo sorriso capace di abbracciare tutto e tutti; la sua voce risuona in noi non come memoria d’archivio storico, ma viva, reale;  ricordiamo pure, con dolore, ma anche con fierezza, il suo sguardo vigoroso, profondo, intenso mentre il suo volto, il suo corpo sembravano divenire giorno dopo giorno un fardello troppo pesante.  Ora possiamo dire che siamo stati “ contemporanei” di un Santo che ha condiviso con noi una parte essenziale della nostra esistenza.  La Grazia concessa alla nostra generazione, enorme, forse unica, appare talmente straordinaria  da provocare un sussulto stupito, vertigini emozionali e spirituali.  Diciamo questo con tremore, consapevoli che un simile “privilegio” non ha senso se non si traduce in una responsabilità, se possibile,  ancora più cogente, impegnativa, ineludibile: a noi spetta il compito, ora più che mai, di essere testimoni della santità di Giovanni Paolo II, il che significa vivere secondo quell'anelito che portava Karol Wojtyla, giovane sacerdote e Vescovo, a “ dare del Tu” al Suo Signore, un “ Tu” che si trasfigurava in un amore accolto e donato da parte di un uomo costantemente immerso nell’ Amore di un Dio, così proteso verso l’uomo da non indietreggiare di fronte alla debolezza e alla fragilità umane “ E Tu, ogni giorno, torni a moltiplicare/ la mia impotenza,/ sottomettendo la Tua Infinità/ al mio fallibile pensiero” ( Canto del Dio nascosto); significa affidarsi a Dio, testimoniare la bellezza e la grandezza di quel “ Gesù confido in Te” su cui il Beato Giovanni Paolo II ha riposto tutta la sua esistenza totalmente ascritta dentro quel “ Totus Tuus”, ancora più tangibile nel momento dell’accettazione della Croce. 

Siamo chiamati, pertanto, non solo a fare conoscere la straordinaria figura di Giovanni Paolo II, il suo ancora poco diffuso insegnamento, ma soprattutto a vivere con pienezza la nostra “ figliolanza” nei confronti di colui che continua a esserci padre e amico. Non è una sfida, è una GRAZIA!!