martedì 2 aprile 2013


Beato Giovanni Paolo II, il tempo e l’eternità, la fede e il Concilio

Qualche mese fa, un giornalista sportivo spagnolo, per commentare il gesto calcistico di uno dei tre migliori giocatori al mondo, ricorse alla lezione di un autore latino, Seneca,  secondo il quale nello spazio di un secondo  si può cogliere lo spazio dell’eternità: il tempo, cioè, rimane sospeso in una dimensione che trascende le categorie spazio-temporali.
Le 21.37 del 2 Aprile 2005 segnano un tempo precisamente circoscritto dentro  parametri cronologici, ma pure li oltrepassano, proiettando l’evento in una realtà senza tempo, pertanto infinita ed eterna.
2 Aprile 2013: quando noi devoti del Beato Giovanni Paolo II ci fermeremo un secondo, un solo misero e insignificante secondo allo scoccare delle 21.37, sperimenteremo ciò che insegnava il grande pensatore latino: “ convertiremo l’istante nell’eternità”. Ciò è possibile perché Giovanni Paolo II vive nell’eternità, vive nello sguardo di Dio, mentre la sua morte, l’ora della sua morte ( 21.37) rimarrà scolpita indelebilmente nel nostro cuore, nonostante gli anni e la cronaca che travolgono tutto e tutti.
 Beato Giovanni Paolo II con un bambino malato
Quest’anno desideriamo ricordare Giovanni Paolo II proponendo alcune sue riflessioni inerenti alla fede, riflessioni che egli, da Cardinale, volle condividere con il suo popolo impegnato nel Sinodo Diocesano da  lui stesso istituito per  far conoscere, comprendere e approfondire gli esiti del Concilio Vaticano II ( iniziativa eccezionale se si pensa alle condizioni in cui operava la Chiesa in Polonia!!). Al Sinodo parteciparono tutte le componenti della società, soprattutto  laici e donne. Per aiutare i lavori e, in particolare, la diffusione dell’insegnamento della Grande Assise conciliare, il Card. Wojtyla offrì un contributo preziosissimo con il volume “ Alle fonti del rinnovamento, studio sull'attuazione del Concilio Vaticano II”.
Il card. Wojtyla, già nel I capitolo, chiariva il punto fondamentale, imprescindibile scaturito dal Concilio: la fede, il suo arricchimento che, scriveva “ non è nient’altro che la partecipazione sempre più piena alla verità divina”. Egli, così, rimarcava  la vera essenza della Chiesa, la sua autentica autorealizzazione, al di là di interpretazioni ermeneutiche offerte negli anni successivi, soprattutto in Occidente.
Con estrema lucidità, il futuro Papa chiariva in modo inequivocabile quale fosse l’orizzonte  a cui guardavano i Padri Conciliari: non l’oggetto della Fede, le sue Verità fondamentali, cioè“ in che cosa bisogna credere”, bensì l’essere cristiani, il suo significato e le sue implicazioni, “ che cosa vuol dire essere credente, essere cattolico, essere membro della Chiesa”. Affermando questo, egli era consapevole che la questione riguardasse, prima di tutto, l’uomo e la sua fede, o, meglio, la fede radicata nella coscienza dell’uomo: solo questo radicamento avrebbe potuto determinare l’atteggiamento, lo stile di vita, la cultura.   
La fede, lungi dall’essere una astrattezza o pura dottrina, è l’essenza stessa dell’uomo inserito nella “ realtà soprannaturale” che, come scriveva  Karol Wojtyla, seguendo l’insegnamento conciliare,“ si modella e si sviluppa come frutto di un incontro, all'inizio del quale sta la rivelazione di sé da parte di Dio”. L’uomo, nella sua libertà, dono supremo del Suo Creatore, può rispondere a tale incontro, con tutto il suo “ dinamismo personale”che consiste nello  abbandono a Dio: “ questa è la vera dimensione della fede in cui non si tratta solamente di accettare un determinato contenuto, ma di accettare la stessa vocazione e il senso dell’esistenza” (cfr. Alle fonti del rinnovamento, pag.16).
Il Beato Giovanni Paolo II, padre del Concilio,uomo  la cui esistenza è stata una incessante preghiera in uno slancio d’amore contemplativo, ha incarnato in modo sublime l’essenza stessa dell’insegnamento conciliare: le sue parole, i suoi atteggiamenti, i suoi gesti, persino il suo registro stilistico, ma soprattutto il suo coraggio, la sua libertà sono il riflesso di quanto scriveva per il suo popolo all'indomani della chiusura dell’importante Assise.
Ecco  perché le 21.37, un istante per le lancette degli orologi umani, si sono “ convertite nell'eternità”!!

domenica 31 marzo 2013


"TU SEI"

La Provvidenza ha voluto che, anche quest’anno, i giorni della Santa Pasqua coincidessero con i giorni dell’agonia e della morte del Papa. Non si tratta di una coincidenza casuale, ne siamo certi, ma un segno eloquente, per quanto misterioso. In fondo, tutta la vita del Papa ha avuto come centro il Mistero pasquale, come dimostrato  non solo da numerose sue poesie, ma anche dalla sua stessa esistenza.
Forse, solo dentro tale Mistero è oggi possibile comprendere anche gli ultimi anni, gli ultimi mesi, gli ultimi giorni di vita del Beato Giovanni Paolo II; è possibile comprendere le ragioni delle mancate dimissioni, scelta che, indubbiamente, sarebbero state giudicate, allora, come oggi, ragionevole “atto d’amore”. Ma il Papa non seguiva la logica del mondo, per quanto spiritualmente profonda e razionale, ma quella di Dio, di un Dio crocifisso.

La Resurrezione è la più grande verità che la famiglia umana possieda, e, malgrado si tenti di occultarla, essa emergerà sempre vittoriosa e parlerà quale verità, la più rispondente all’esistenza umana”. Questo proclamava il beato Giovanni Paolo II nel 1974. In tali parole possiamo riconoscere non solo la sapienza del pastore, del maestro, ma soprattutto l’esperienza intima, oseremmo dire, personale di un uomo che, anni prima,  percorrendo la Via della Croce a Gerusalemme,  si era immedesimato con quello “ spazio”, “il luogo dell’offerta”, come lo definì in una poesia: da questo luogo egli si sentì completamente accolto, abbracciato, inserito in un Mistero più grande, non solo spettatore e visitatore, per quanto sapiente e consapevole, ma protagonista degli Eventi che, come lui stesso disse nel 1971, avevano sfidato le leggi della natura: la condanna a morte sulla croce e la resurrezione!!
S.Pasqua 2005
Cristo, morendo in croce, ha reso visibile all'umanità intera il senso della Speranza, la sua ragionevolezza, la sua potenza. “ Egli ha aperto negli uomini uno spazio alla nascita, / ha rivelato in loro uno spazio di vita/ che sovrasta alle correnti del passano,/ che sovrasta alla morte”( Meditazioni sulla morte). In altre parole, ha rivelato l’eternità della sua creatura che neppure la crudezza del dolore potrà mai deformare e annichilire. Anzi, il dolore, la sofferenza, anche quella deformante, persino la morte, costituiscono l’essenzialità di un Mistero per cui è dato all'uomo di “ passar nella vita”. In un tempo in cui si parla molto di “ essenzialità”, Giovanni Paolo II ne aveva colto il suo reale ed inequivocabile significato: abbracciare la Croce, aderire ad essa, radicarsi in essa, perché da essa sola si rivela l’autentico destino dell’uomo. La Croce è l’Amore di Dio per ognuno di noi, rifiutarla significa rinunciare a Questo Amore senza limiti di Colui che è Misericordia. E Giovanni Paolo II non l’ha rifiutata!!
Ritornare all'essenziale non significa, quindi, un “ cambiamento di stile” o, come oggi va di moda dire, mirare ad una maggiore sobrietà esteriore. No, significa essere Tutto di Cristo al punto da poter dire: “ TU SEI,/ e dunque ho un senso, e scivolare nella tomba,/ passare nella morte,/ disfarmi nella polvere di irripetibili atomi/ - è per me parte della Tua Pasqua”. Vivere con una certezza così profonda, rende l’uomo “ compagno del Mistero”, avvinto dal Suo Amore” che supera ogni fatica, ogni difficoltà, ogni povertà umane. Dare del “ TU” ad un DIO che, per amore ha patito, condannato e vilipeso dalla sua stessa creatura, da Lui stesso salvata e redenta è la vera Rivoluzione per l'uomo di oggi, così solo e rassegnato: questo ha testimoniato, questo ha reso visibile e tangibile il Beato Giovanni Paolo II il 30 Marzo 2005, quando, nella sua ultima “udienza”, ha sublimato l’insegnamento di una vita, condiviso con noi, suoi figli,  fino alla fine.
Dare del " Tu" a Dio- Amore è ciò che auguriamo a tutti per vivere la S. Pasqua secondo la sequela dei Santi nostri amici, in particolare del Beato Giovanni Paolo II, nostro speciale protettore.

domenica 24 febbraio 2013


La potenza evangelizzatrice di una tracheotomia

In queste ore, otto anni fa, il mondo assisteva attonito ad una nuova tappa del Calvario che, già da lungo tempo, il Papa stava percorrendo. La tracheotomia, operazione resasi inevitabile, avrebbe  impedito a Giovanni Paolo II di parlare: da quel momento, infatti, non poté più comunicare, il silenzio sembrò scendere sulla sua missione e sul suo Ministero.
Che altro avrebbe potuto offrire un Papa, non solo in sedia a rotelle, ma addirittura senza voce? Come risponderebbero i più, oggi? Non lo possiamo sapere, ma, alla luce degli ultimi eventi, quanto meno manifesterebbero le loro perplessità e i loro dubbi sull’efficienza, e sull’opportunità di un Papa con un foro nella gola. In realtà, mai come allora, uomini e donne, credenti e non, compresero, anzi, videro con i propri occhi la forza della fede, vissuta e incarnata in un uomo senza voce. La frase scritta dopo l’operazione, “ che cosa mi avete fatto..Totus Tuus”, sintetizzava la posizione di un uomo, di un Papa che stava aiutando tutti noi a vivere ciò che è la nostra quotidiana fatica, il nostro umanissimo desiderio di “allontanare da noi il calice” e di “ scendere dalla Croce”. Quante persone anziane o malate dicevano: il Papa mi aiuta a sopportare la mia infermità, la mia vecchiaia!! Quanto coraggio e forza ha donato ai più deboli, ai più emarginati, ai più sofferenti!!! Proprio nell’oro della debolezza e dell’infermità.
Non ha potuto gestire la Curia, non ha potuto affrontare con rigore le questioni della Chiesa, ma, proprio nel momento in cui non poteva far tutto questo, si è rivelato ancora più profondamente evangelizzatore e testimone dell’Amore di Dio per l’umanità.
La domenica successiva l’operazione, il Papa volle affacciarsi dalla finestra del Gemelli, un gesto oggi certamente incomprensibile e, in qualche modo, incredibile, inimmaginabile.  Noi ci sentimmo confortati, il “ padre” voleva, doveva stare con i suoi figli nel momento più doloroso della sua vita e noi volevamo stare con lui, non ci interessavano altre questioni, indubbiamente “ più grandi di noi”, ci avrebbero pensato gli alti prelati, tutti, nessuno escluso ( purtroppo, questo è vero, non fu proprio così!!). Lui era ancora tra noi, questo importava, mentre sempre di più “risuonava”, con un vigore sconvolgente, la Verità che egli stesso aveva annunciato e insegnato camminando lungo le strade del mondo e parlando ad ogni latitudine.  
La tracheotomia eseguita la sera del 24 Febbraio, si rivelò un potente strumento di evangelizzazione in quella Quaresima di otto anni fa…quale miglior catechesi per prepararci a vivere la Santa Pasqua di quell’anno? Sì, la tracheotomia del Papa fu una grazia per la Chiesa e per il Mondo!!

martedì 12 febbraio 2013


“La mia sofferenza mi ha fatto sentire vicino al Santo Padre, ed io lo prendo come un modello nelle mie sofferenze. E’ stupendo vedere che si spende non soltanto del lavoro, nei viaggi, nei discorsi, ma anche nella sofferenza, umile e silenziosa, per essere vicino a Gesù” [ Card. Wan Thuan, 13 anni in carcere per aver testimoniato la fede in Dio]

 Ieri la Chiesa ci ha invitati a far memoria della festa dedicata alla Madonna di Lourdes ed insieme ha celebrato la Giornata Mondiale del malato, istituita dal Beato Giovanni Paolo II.
Più che mai in questi giorni appare come vero “scandalo”, “lo scandalo della Croce”, la testimonianza di  un Papa che, forte della sua fragilità, ha testimoniato al mondo intero il valore della malattia, l’inestimabile potenza dell’offerta totale di sè: egli, lo abbiamo scritto molte volte ( ma quale attualità, oggi!!!), privato della parola, dei movimenti, spogliato di tutto, sfigurato nel volto e nella carne, ha seguito il Suo Maestro fino alle estreme conseguenze. Per lui, essere di Cristo, appartenere a Cristo significava abbracciare la Croce in un totale slancio d’amore rivolto a Dio e ai fratelli che Dio Stesso gli aveva affidato.
In un mondo in cui tutto è giudicato e valutato in base all’efficienza e al vigore fisico, il Beato Giovanni Paolo II, per qualcuno Papa non rivoluzionario e “ moderno ( in quanto non “dimissionario”), con la sua  sconvolgente e radicale sequela di Cristo, ha rappresentato e rappresenta un vero “ segno di contraddizione”: la Croce, Via di salvezza, dono d’amore, dono di gioia e letizia.
 Sì, il Beato Giovanni Paolo II ha vissuto e testimoniato fino in fondo la Bellezza della Pasqua, la potenza dell’Amore. La sua testimonianza, nella giornata dedicata alla Madonna di Lourdes, ne siamo certi, continuerà ad illuminare e confortare quanti soffrono nel corpo e nello spirito, continuerà a parlare anche ad un’umanità che, sempre di più, sembra abbagliata dall’efficientismo razionale e pragmatico.
Scriviamo questo nel rispetto della libertà di ogni  scelta compiuta certamente per amore della Chiesa

lunedì 24 dicembre 2012


Il Mistero del Natale: nel visibile l'Invisibile

Se l’amore tanto più è grande quanto più è semplice,
se il desiderio più semplice sta nella nostalgia
allora non è strano che Dio voglia
essere accolto dai semplici
da quelli che hanno candido il cuore
e per il loro amore non trovano parole.

Ed Egli stesso nell’offerta
c’incantò nella sua semplicità,
la povertà, la mangiatoia, il fieno.
La Madre, allora, sollevò il Bambino
e lo cullava tra le braccia
e nelle fasce Gli avvolgeva i piedi.
Miracolo – miracolo - miracolo!
quando proteggo Dio con la mia umanità,
da Lui protetto col Suo amore,
protetto col Suo martirio.


Giovanni Paolo II, come testimonia il suo segretario, viveva il Natale quasi immedesimandosi nel Mistero dell’Incarnazione;egli infatti, ogni giorno, ma in modo particolare la Notte di Natale,contemplava con cuore stupito la Nascita di Gesù, il “ Redentore del cosmo e della Storia”.
Questo suo “ mettersi in adorazione”, questo suo contemplare il Mistero,  in non poche occasione  si traduceva in una sorta di visione, propria dei poeti e dei mistici. I poeti, è bene ricordare, “ spiegano” gli eventi ridando loro la forza vitale, il senso reale e più profondo,quello che spesso sfugge nell’ abitudine dei gesti e delle mille parole, necessarie, ma non per questo sempre efficaci.
Di fronte alla Culla, di fronte allo sguardo di una Madre che “ sollevò il Bambino e lo cullava tra le braccia e nelle fasce e gli avvolgeva i piedi”, Karol Wojtyla, quindi,non poteva  che gridare “ Miracolo-miracolo-miracolo”. Ed il miracolo è il Mistero di un Dio che non ha avuto paura dell’uomo, si è fidato di lui a tal punto da accettarne la protezione; il miracolo è il Mistero di un Dio dal quale l’uomo viene “ protetto con il Suo, protetto col suo Martirio”.
Quando l’Arcivescovo Wojtyla celebrava a mezzanotte la S.Messa di Natale all’aperto, perché le autorità si opponevano alla costruzione della Chiesa, in fondo condivideva il medesimo stupore con la sua gente la cui condizione di disagio, di umiliazione rendeva ancora più tangibile e reale la nascita del Redentore. Anzi, il Pastore, poteva infondere ai suoi figli la speranza radicata nella certezza dei “ doni che solo Dio può dare”. Egli era credibile proprio perché era lì, la notte di Natale, al freddo polacco e non nella bellissima cattedrale del Wawel…
E nel 1979, nella sublime Basilica di S. Pietro, le parole del Papa facevano trasparire lo stesso stupore, la stessa letizia, la stessa certezza: Dio “ ha manifestato il proprio compiacimento nell’uomo, “ spesso schiacciato” da un destino che vuole costruirsi autonomamente, come se Dio non ci fosse, “ prigioniero di un tale destino, spesso vicino alla disperazione, minacciato nella coscienza del significati della propria umanità” . Eppure Dio, diventato uomo, si è fidato della nostra umanità, si è fidato, come amava dire il Beato Giovanni Paolo II “ di me e di te”. Compiacersi significa alla fine questo: condividere la gioia, condividere il palpito del suo Amore perché l’uomo, come disse Mons. Wojtyla nel 1968, “possa superare se se stesso” non in virtù della grandi scoperte scientifiche e tecnologiche,non per i successi ed i record umani, ma per il suo “ diventare Figlio di Dio che venne all’incontro con le aspirazioni che sono impresse nell’uomo: aspirazioni di oltrepassare se stesso, di ottenere di più, di essere ancora di più” [ 25 Dicembre 1968]
Quattro mesi prima di morire, nel suo ultimo Natale tra noi, il Beato Giovanni Paolo II, con lo sguardo ormai volto nell’abbraccio dell’Ineffabile, con la stessa forza, lo stesso vigore, la stessa limpidezza che 26 anni prima colpirono il mondo,ha  voluto condividere con l’intera umanità il mistero della sua vita, della nostra vita: IL REDENTORE DELL'UOMO, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia.

Christus natus est nobis, venite, adoremus!
Cristo è nato per noi, venite, adoriamo!
Veniamo a Te, in questo giorno solenne,
dolce Bambino di Betlemme,
che nascendo hai nascosto la tua divinità
per condividere la nostra fragile natura umana.
Illuminati dalla fede Ti riconosciamo
come vero Dio incarnato per nostro amore.
Tu sei l’unico Redentore dell’uomo

BUON NATALE

sabato 8 dicembre 2012


Nella vita e nella morte Totus Tuus mediante l'Immacolata

Figlio del mio amore!/ Momento che continua a dilatarsi/ e in sé trasforma tutta la mia vita…./ Questo momento, di tutta la vita, dacchè lo conobbi nella parola, da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue,/ custodito nell’estasi-/ cresceva nel mio cuore in silenzio, come Nuovo Uomo, tra i miei stupiti pensieri e il lavoro quotidiano delle mie mani”…[ Karol Wojtyla, Crescono in me le parole]

Così Giovanni Paolo II scriveva nel suo testamento, affidando tutto se stesso, in particolare la sua stessa morte, a Dio. Nel 1995, , riferendosi ad uno striscione con la scritta "L'Immacolata vincerà" innalzato da un gruppo di pellegrini, il Santo Padre aggiunse: “e poi, anche io sono convinto che l'Immacolata vincerà”
Tutta la vita del Beato Giovanni Paolo II  è stata plasmata e forgiata dal Mistero dell’Immacolata Concezione la cui devozione non solo era legata alla scoperta del Trattato di S. Luigi di Monfort, ma anche alla grande testimonianza del Card. Hlond, Arcisvecovo di Varsavia e Primate di Polonia: l’alto prelato, in punto di morte, mentre i carri armati invadevano Varsavia,diede speranza al suo popolo con una breve, ma quanto mai profetica frase:  “la Salvezza, se verrà, verrà con Maria”. Giovanni Paolo II amava ricordare questo episodio che tanto segnò la sua esistenza.
Tale era il legame con Maria Immacolata che mai volle  rinunciare a recarsi da Lei nel giorno in cui si fa memoria della Sua Immacolata Concezione. Sempre, tutti gli anni, si è inginocchiato davanti ai Lei in Piazza di Spagna e, questo, non certo per rispettare una tradizione romana, cara ai Romani. No, in lui vi era un bisogno fisico di incontrarsi con la Madre, anche quando, a 4 mesi dalla morte, non poteva più camminare e la sua voce era quasi impercettibili; anche quando una semplice e breve preghiera sostituiva i più approfonditi e apprezzati insegnamenti teologici!! Ma quanta intensità in quelle suppliche, in quel moto di affidamento totale con cui riconsegnava tutto e tutti a Lei, alla Madre!!

In un’omelia tenuta nel 1959, un giovane sacerdote, parlando dell’Immacolata Concezione, spiegò che non si trattò solo di un “ privilegio”, bensì anche di un “ anticipazione del ruolo che la Madre avrebbe svolto accanto al Figlio”. In un certo senso, spiegava sempre il giovane sacerdote, era necessario che Maria concepisse senza peccato anche per “ occuparsi un modo perfetto e universale dell’altrui redenzione, come richiedeva la vocazione della Madre del Redentore” . Maria, ricordava don Karol, concependo Suo Figlio è stata oggetto della Grazie di Dio, cioè dell’’intervento divino nella sua vita. Ella, Immacolata, è stata totalmente abbracciata dall’Amore di Dio, anzi, ne è diventata a tal punto parte da divenire ella stessa co-redentrice. Maria non ha dovuto affrontare la lotta interiore, conseguenza del peccato originale, ma questo, affermava don Karol, non significa che a Lei non le fu risparmiato il travaglio proprio della santità e l’eroismo ad esso collegato; travaglio ed eroismo avuti non tanto nella lotta con se stessa, quanto nell’inserimento attivo nell’opera redentrice del Figlio”.
L’’unicità dell’esperienza della Madre di Dio non rappresenta un evento estraneo all’uomo, una realtà lontana e intangibile; in realtà, notava don Wojtyla, proprio da . quel “ Fiat” pronunciato davanti all’Angelo, noi possiamo fermare “ lo sguardo sulla nostra vita e sul ruolo svolto dalla Grazia”. La Madre di Gesù, sembrava ricordarci un giovane sacerdote, illumina la nostra stessa esistenza, ci indica la Presenza della Grazia che realizza e plasma la Bellezza stessa della creatura. A noi è chiesto “solo” di accogliere questo Dono come Maria ci continua ad insegnare con il suo amore di Madre. Si comprende allora perché il beato Giovanni Paolo II, discepolo del Primate di Polonia Card. Hlond, ripeteva, spesso con lo spasimo del profeta, che la “ Salvezza verrà solo con Maria”. Tutto  riconduce a Lei: il destino dell’umanità e della Chiesa!!!

mercoledì 21 novembre 2012


Un Papa e l’Italia

Il 14 Novembre il Parlamento ha voluto ricordare un evento che non è esagerato definire epocale.
Il rapporto tra le Istituzioni dello Stato Italiano e quelle della Chiesa ( nello specifico, lo Stato del Vaticano),  nel corso della loro lunga storia è stato segnato da numerose e gravi conflittualità, non raramente causa di ferite profonde e laceranti. Certamente la “ Presa di Porta Pia ( 20 settembre 1870) sancì di fatto la fine del potere temporale della Chiesa, ma anche l’inizio della fase forse più drammatica di una plurisecolare disputa che aveva coinvolto, da una parte, la Chiesa e, dall'altra l' Impero, Comuni, Signorie prima, e, quindi lo Stato italiano.
In fondo, al di là della cosiddetta “ questione romana”, anche nel corso della seconda metà del XXI non sono mancate incomprensioni . Forse il Trattato  Stato – Chiesa firmato nel 1984 ha, almeno in parte, chiarito alcuni aspetti fino ad allora fonte di accese discussioni ed equivoci. La premessa era necessaria.
Quando il Papa Giovanni Paolo II, il 14 Novembre 2002, ha fatto il suo ingresso nell'Aula di Montecitorio, sede del Parlamento italiano, non pochi, allora, compresero la straordinarietà dell’evento. Per quanto da tempo i rapporti tra Stato e Chiesa fossero sensibilmente migliorati, la presenza del Papa, Capo anche dello Stato del Vaticano, rappresentava simbolicamente l’avvenuta ricucitura di una ferita che per troppi secoli aveva lacerato la società italiana. In quell'occasione qualcuno fece notare, non a torto,la nazionalità del Pontefice che stava facendo il suo ingresso nel cuore delle Istituzioni Italiane, il Parlamento, simbolo della sovranità nazionale: un non Italiano, per di più Polacco. Per chi crede nulla avviene casualmente; un disegno guida gli eventi della Storia, sempre e comunque. Forse solo un Papa straniero, libero da quei “lacci” costituiti da un passato, forse anche un presente, glorioso, ma anche ingombrante, poteva presentarsi davanti ad un Parlamento per lanciare un messaggio alto e universale. Non solo: Giovanni Paolo II, provenendo da una Nazione in cui la Chiesa era sempre stata motivo di coesione di un popolo, una Chiesa che si identificava con la stessa Nazione e la cui nascita coincide con il suo “ battesimo”, più di chiunque altro aveva autorità e credibilità!!

Giovanni Paolo II che già allora era considerato il “ Papa di tutti”, anche del suo nemico di sempre “ Marco Pannella” ( significativo il saluto tra i due, per nulla di circostanza!!) si dimostrò ancora una volta profetico nella sua lucida e appassionata disamina del passato, del presente e del futuro.

Passato

"Tentando di gettare uno sguardo sintetico sulla storia dei secoli trascorsi, potremmo dire che l'identità sociale e culturale dell'Italia e la missione di civiltà che essa ha adempiuto ed adempie in Europa e nel mondo ben difficilmente si potrebbero comprendere al di fuori di quella linfa vitale che è costituita dal cristianesimo”

Il Papa ha ribadito  che la civiltà Roma, con il suo patrimonio culturale e morale, con la ricchezza del suo pensiero politico e giuridico, ha posto le basi , le fondamenta di quell’humanitas il cui compimento si sarebbe manifestato con l’avvento del cristianesimo. Già i Romani, infatti, non solo avevano sentenziato che ogni diritto ha come riferimenti l’uomo, ma avevano posto la conseguenza politica di tale convinzione:la res publica ( la cosa pubblica)  deve costituire la vera ed unica finalità di quanti operano nell’ambito politico. Cicerone, il grande oratore romano, definisce “ beati coloro che “hanno salvato, aiutato, accresciuto la patria” ( Somnium Scipionis). Una lezione tutt’altro che  anacronistica!!
D’altra parte, solo con il Cristianesimo la visione dell’uomo, quindi dei suoi diritti, ha trovato la ragione ultima e definitiva, capace di offrire una risposta totalizzante al bisogno di dignità insita nell’uomo di ogni tempo e spazio geografico.

Presente

 “Le sfide che stanno davanti ad uno Stato democratico esigono da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, indipendentemente dall'opzione politica di ciascuno, una cooperazione solidale e generosa all'edificazione del bene comune della Nazione”

Le sfide che il papa allora scorgeva con impressionante chiarezza continuano ad interpellare tutti noi. La democrazia, Giovanni Paolo II lo sapeva bene, non è un punto d’arrivo, ma di partenza. I conflitti politici, la corruzione, la crisi dei valori, un errata concezione della libertà, la condizione della giustizia e delle carceri, la denatalità: il Papa non ebbe allora timore di denunciare tutto questo. Non era un idealista e neppure un ingenuo e conosceva al tal punto i problemi dell’Italia da voler elevare una preghiera per il Paese che tanto amava. Ma, lo sappiamo bene, il Papa non si chiudeva in un laconico pessimismo, in visioni “ apocalittiche”, piuttosto indicava la strada da seguire per ridare a tutti noi Italiani, ma non solo, il coraggio di lottare per il nostro futuro

Futuro

“E’ necessario stare in guardia da una visione del Continente che ne consideri soltanto gli aspetti economici e politici o che indulga in modo acritico a modelli di vita ispirati ad un consumismo indifferente ai valori dello spirito. Se si vuole dare durevole stabilità alla nuova unità europea, è necessario impegnarsi perché essa poggi su quei fondamenti etici che ne furono un tempo alla base, facendo al tempo stesso spazio alla ricchezza e alla diversità delle culture e delle tradizioni che caratterizzano le singole nazioni”

Un profeta non di sventura, ma un padre a cui stanno a cuore i suoi figli, prima di tutto, dimostra fiducia, dona speranza, non sermoni. La fiducia manifestata da Giovanni Paolo II non aveva però il sapore del paternalismo  né era fondata su principi astratti: egli, infatti, davanti ai parlamentari parlò di “una convinta e meditata fiducia nel patrimonio di virtù e di valori trasmesso dagli avi”, unendo così passato, presente e futuro.
 L’azione politica,come già affermavano gli antichi, è tesa  infatti alla realizzazione del “ bene comune” ; in un certo senso si giustifica solo in una prospettiva di “ cooperazione solidale” attraverso cui è possibile affermare la dignità non solo del cittadino, ma soprattutto della persona in quanto Immagine di Dio. Giovanni Paolo II, nel ricordare questa verità, sollecitava i presenti a non considerare l’esistenza umana come un coacervo di eventi casuali o dettati solo da una cieca necessità, secondo la lezione di Machiavelli.Egli, piuttosto, indicava la presenza di una “ logica morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli"
Ed appunto a tale “ logica morale” il Papa si richiamava quando, citando una sua  Enciclica dal valore profetico, individuava  il “rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità”. Ed allora, per  Giovanni Paolo II la “ logica  morale”, lungi dall’essere un mero codice adattabile alle circostanze ed ai tempi, trova la sua ragione più profonda e duratura nella “verità ultima” , quella Rivelata da Cristo e dal suo Amore donato all’umanità. Il Papa, con una lucidità impressionante e un ‘ audacia propria dei veri profeti, non ebbe allora il timore di affermare che “se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l'azione politica, le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia"!!Chi, più di Giovanni Paolo II, avrebbe potuto pronunciare simili parole?

Cosciente delle grandi sfide che avrebbero impegnato l’Italia e il mondo, il vecchio Papa, concludendo il suo discorso, volle allora  lanciare un monito, il suo lascito culturale, morale e spirituale: “Per questa grande impresa, dai cui esiti dipenderanno nei prossimi decenni le sorti del genere umano, il cristianesimo ha un'attitudine e una responsabilità del tutto peculiari: annunciando il Dio dell'amore, esso si propone come la religione del reciproco rispetto, del perdono e della riconciliazione. L'Italia e le altre Nazioni che hanno la loro matrice storica nella fede cristiana sono quasi intrinsecamente preparate ad aprire all'umanità nuovi cammini di pace, non ignorando la pericolosità delle minacce attuali, ma nemmeno lasciandosi imprigionare da una logica di scontro che sarebbe senza soluzioni. Illustri Rappresentanti del Popolo italiano, dal mio cuore sgorga spontanea una preghiera: da questa antichissima e gloriosa Città - da questa "Roma onde Cristo è Romano", secondo la ben nota definizione di Dante (Purg. 32, 102) -chiedo al Redentore dell'uomo di far sì che l'amata Nazione italiana possa continuare, nel presente e nel futuro, a vivere secondo la sua luminosa tradizione, sapendo ricavare da essa nuovi e abbondanti frutti di civiltà, per il progresso materiale e spirituale del mondo intero”.
Le parole di un profeta, parole quanto mai attuali in un periodo di grave smarrimento, di incertezza, di rassegnazione.